Diocesi di Jeju
History
La diocesi di Jeju affonda le sue radici nel 1899 quando il 26 maggio, la comunità cattolica dell’isola iniziò ufficialmente la predicazione del Vangelo e la celebrazione della liturgia. Tuttavia la diffusione della fede risale a tempi molto più antichi, come attestano diverse fonti storiche.
Nel 1592 durante l’invasione giapponese della Corea, Kim Bok-su tornato dal Giappone con delegati europei, introdusse sull’isola testi di dottrina e preghiera cattolica. Nel 1653, il naufrago olandese Hamel, approdato a Jeju, lasciò nel suo libro “Relazione del naufragio” un riferimento alla propria fede cattolica.
La storia della fede a Jeju fu segnata dal sangue dei martiri. Jeong Nan-ju (Maria), moglie del martire Hwang Sa-yeong (Alessandro), fu esiliata a Jeju dopo la scoperta del “Memoriale di Hwang Sa-yeong”, una lettera che denunciava le persecuzioni e chiedeva aiuto alla Chiesa di Pechino. Morì in esilio nel 1838.
Anche Hong Nak-im figlio di Hong Bong-han e devoto cattolico fin dal 1791, fu esiliato a Jeju durante la Persecuzione Shin-yu (1801) e morì bevendo il veleno del supplizio.
Il primo battezzato originario di Jeju fu Kim Gi-ryang (Felice Pietro), un pescatore che nel 1856 naufragò in Cina dove ricevette il battesimo. Tornato sull’isola predicò con fervore ma durante la Persecuzione Byung-in (1866) fu catturato e martirizzato a Tongyeong, trafitto da un chiodo nel petto.
Un ruolo decisivo nella diffusione del Vangelo sull’isola ebbe Yang Yong-hang (Pietro) nativo di Saekdal, nella zona di Jungmun. Dopo il suo battesimo sulla terraferma, si impegnò a portare sacerdoti a Jeju. Nel 1899 il vescovo Mutel, vicario apostolico di Corea, fondò ufficialmente la parrocchia di Jeju, inviando come primo parroco P. Peynet della Società per le Missioni Estere di Parigi e il suo assistente, P. Kim Won-young (Agostino).
Già nel 1901 la comunità contava oltre 240 battezzati e 700 catecumeni. Tuttavia, nello stesso anno, la rivolta di Sinchuk portò al massacro di circa 700 cattolici e civili a Gwangjang presso Gwandeokjeong. I corpi dei martiri furono poi traslati nella zona di Hwangsapyeong, oggi santuario della diocesi.
Durante l’occupazione giapponese le chiese furono chiuse e i religiosi imprigionati ma dopo la liberazione la diocesi rifiorì grazie ai missionari della Società di San Colombano. Durante la guerra di Corea, la Chiesa di Jeju si distinse per le opere caritative a favore dei rifugiati.
Nel 1962 P. Patrick James McGlinchey fondò la Isidore Development Association, promuovendo lo sviluppo agricolo e zootecnico dell’isola e aprendo L’ospedale di Sant’Isidoro.
La diocesi di Jeju fu separata dall’arcidiocesi di Gwangju nel 1971 come vicariato apostolico e divenne diocesi autonoma nel 1977.
Oggi la diocesi conta 25 parrocchie, 11 cappelle, 46 sacerdoti (di cui 1 dei Padri Columbani e 2 appartenenti a ordini religiosi), circa 120 religiosi e circa 58.000 fedeli.
È una comunità viva, segnata dal sangue dei martiri e dalla perseveranza dei fedeli, che continua a testimoniare la luce del Vangelo ai confini più meridionali della Corea.
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